martedì 14 maggio 2013

La depressione, parte II




1. Premessa. La malattia. 2. La depressione come reazione della mente per evitare danni maggiori. 3. Depressione e amore. 4. Come reagire alla depressione.

1. Premessa. La malattia.

La depressione è anche definita come paralisi della volontà.
Proprio per questo uno degli approcci alla cura della depressione consiste nel voler rafforzare la determinazione e l’intenzione. Si consiglia quindi il depresso di “darsi da fare”, di fare questo e quest’altro, di farsi venire voglia di fare le cose con una serie di consigli ad hoc, oppure si ricorre al farmaco.
Ma tale approccio, anche se non sbagliato, è comunque poco efficace, perché agisce sul sintomo e non sulla causa.
In una interessantissima conversazione con Carpeoro, costui mi faceva notare che la depressione, essendo una malattia, come tutte le malattie è una reazione dell’organo per evitare danni più gravi. La malattia è infatti una reazione del corpo (o meglio di una parte di esso) per evitare un danno di altro tipo generalizzato all’intero organismo.
Anche la depressione segue questo schema ed è quindi una reazione della mente per evitare un danno più elevato.
Alcuni esempi chiariranno il concetto.
Per la medicina ufficiale allopatica, la malattia è uno stato patologico. Si parte dal presupposto che il corpo è sano, e che la malattia rappresenti una anomalia nel funzionamento di un organo.
Per le scienze olistiche, invece, la malattia non è un’anomalia (anche perché i fisici realmente sani sono rarissimi o inesistenti) ma una reazione (normale) di assestamento a una serie di concause, alcune esterne altre interne.
In particolare, la malattia rappresenta due cose:
1) la manifestazione di una problematica all’anima;
2) una reazione del fisico, per compensare un problema, e per evitare danni maggiori.
Ad esempio l’influenza viene in genere quando la persona inconsciamente teme qualcosa; ma è anche una reazione ad un periodo stressante, in cui il corpo chiede uno stop, e decide di prenderselo forzatamente.
Quindi da una parte abbiamo una problematica dell’anima (paura); dall’altra abbiamo una reazione per evitare danni maggiori (stress, malattie più gravi da iperlavoro).
Il cancro è la manifestazione di una rabbia o un dolore portati avanti da tanto tempo.
Da una parte quindi uno stato dell’anima (rabbia, dolore), dall’altra una reazione del corpo, che concentra la rabbia in un punto specifico del corpo.
L’epilessia, per Rudiger Dahlke, è una sorta di cortocircuito della mente, nelle persone che sono una sorta di ponte tra il mondo sensibile e soprasensibile; quando la persona non riesce a comprendere la realtà, scatta l’attacco epilettico, che infatti tende a diminuire con l’età, quando cioè i conflitti tra conscio e inconscio si appianano.
In modo simile, secondo Claudia Rainville, l’attacco epilettico è dato da una grande paura che non si riesce a gestire; per non soccombere alla paura il cervello va in corto circuito.
La malattia, insomma, è una reazione di compensazione del corpo, la cui comprensione permette di guarire non solo il sintomo ma anche la causa.

2. La depressione come reazione della mente per evitare danni maggiori.

In particolare la depressione, se è vero, come ho sostenuto nel mio precedente articolo, che è una reazione sana ad una società malata, rappresenta anche una reazione della mente per evitare danni maggiori alla persona. E questa reazione ce l’hanno le persone più sensibili o più intelligenti.
La persona intelligente e sensibile è predisposta naturalmente a fare diverse cose a beneficio dell’altro e di se stesso, è piena di interessi, di curiosità, e potenzialmente è in grado di svolgere attività interessanti, ben fatte, creative.
La persona intelligente e sensibile, insomma, ha la tendenza naturale a fare di più e meglio, rispetto ad una persona poco intelligente e poco sensibile.




Il problema è però lo scontro con la società.
Il problema della persona dotata (“il dramma del bambino dotato”, lo definirebbe Alice Miller) è che viviamo in una società che fa di tutto per appiattire e reprimere le doti personali di ogni individuo, per uccidere la parte più autentica, vitale e originale dell’essere umano.
La cultura viene rappresentata appiattita, vuota, priva di stimoli. Quindi la persona intelligente trova spesso noioso e poco stimolante studiare le singole materie proposte a scuola col metodo tradizionale e cresce con l’idea che la cultura e lo studio siano cose noiose che non servono a niente.
Il mondo del lavoro ha delle regole falsate e non vengono premiati l’impegno e le reali capacità. Quindi va spesso a finire che la persona dotata per fare il meccanico, il pittore, il poeta, il romanziere, venga costretta dagli stimoli esterni a rinchiudersi in una banca o in ufficio postale come meta ultima agognata a causa della sicurezza del posto fisso.
La vita di coppia viene ingabbiata in una serie di regole che inevitabilmente dopo qualche tempo uccidono l’amore e spesso la personalità di entrambi i partner. La maggioranza delle coppie finisce quindi per vivere una vita noiosa, priva di stimoli, e soprattutto priva di una crescita spirituale comune.
La persona capace, insomma, non ha spazio per esprimersi e manifestare la propria creatività e sensibilità, si scontra con un mondo di cui non riesce ad afferrare le regole e non si riconosce nella vita piatta e ordinaria che la società cerca di preparargli (casa, lavoro noioso, famiglia, supermercato il sabato sera, gitarella domenicale).
Pur di evitare di disperdere le sue energie a vuoto andando a cozzare contro un binario morto, entra in depressione. Pur di evitare un danno più grave (disperdere energie a vuoto), la mente si ferma e la vita della persona rimane bloccata, in mancanza di alternative valide.
Entrano in depressione quindi le persone più sensibili e/o intelligenti e capaci, mentre le persone con poche capacità sono spesso (anche se non sempre) più facilmente adattabili al sistema malato in cui viviamo.


Proprio per questo non ha senso agire solo sulla volontà, rafforzandola, e facendo venire al depresso la voglia di “fare le cose”. In tal modo si pretende di eliminare il sintomo, ritenendo la persona guarita, quando la causa è invece ancora latente e pronta a scatenare altri sintomi.
Il fare delle cose, l’essere attivi, l’avere un lavoro e una vita anche movimentata, non garantiscono che la persona sia sana.
Non a caso molte persone iperattive, quelle che non riescono mai a fermarsi, che se rimangono sole si intristiscono, che fanno tante attività una in fila all’altra, sono in realtà dei depressi ipercompensati; la gran quantità di cose da fare infatti impedisce di prendere contatto con la propria realtà più profonda, ovvero con la propria depressione. Impedisce alla persona, insomma, di ammettere a se stesso: sono infelice.
Chi è iperattivo, quindi, non sta affatto bene, ma semplicemente “sembra” solo in apparenza stare bene: all’esterno si fa vedere come una persona normale, e nessuno gli consiglierà di andare da uno psicologo; ma internamente è infelice e sente un senso di vuoto, che spesso ricaccia e nega anche a se stesso.

3. Depressione e amore.

A questo punto mi ricollego con il mio articolo sull’amore nella nostra società, per evidenziare che la depressione è anche una conseguenza della mancanza di amore nella vita quotidiana.
Tale mancanza di amore non deve intendersi solo come mancanza di amore dalle persone attorno a noi, o dai nostri genitori (anche); ma soprattutto come mancanza di impulsi di amore da parte della società attorno a noi.
Una società deprivata dell’amore in tutte le manifestazioni della vita sociale è una società destinata a produrre persone depresse.
Quello che dico può essere compreso ancora meglio se vediamo cosa succede nel rapporto tra depressione e amore.
La persona depressa spesso trova nell’amore una valvola di sfogo. Con l’amore la persona rinasce, si sente viva ha di nuovo voglia di fare e si rialza. La cosa non dura in eterno, perché prima o poi l’equilibrio si rompe, e quando l’amore finisce la persona torna in depressione per poi rialzarsi quando si innamora di nuovo. Per non parlare poi delle catastrofiche conseguenze che conseguono alla morte di un figlio o del partner; si tratta di eventi che se non sono accompagnati da una fortissima spiritualità possono distruggere per sempre una persona media.
Perché succede questo?
Perché l’amore è forza creativa. Una delle migliori definizioni dell’amore che ho trovato è quella di Daniel Givaudan, secondo cui l’amore è quando saresti disposto a dare la vita per l’oggetto del tuo amore: è amore se sento di poter dare la mia vita per ciò che suscita in me.
Grazie all’amore per una persona, quindi, il depresso si rialza e sembra apparentemente guarito dalla depressione.
Anche l’amore per un figlio, per un animale, o per qualsiasi altra cosa, hanno spesso gli stessi effetti. Non a caso molte persone depresse trovano poi il loro equilibrio nella famiglia e si sentono realizzati quando devono occuparsi di un figlio e/o del partner, trovando così un certo bilanciamento.
Una straordinaria passione per un’arte o per una professione sono spesso dei compensativi ad una depressione in altri campi della vita. Anche qui, è l’amore (questa volta per un’arte o una professione) che spinge la persona ad alzarsi e andare avanti.
Perché la persona sia sana e veramente felice, però, non è sufficiente amare una persona o la propria famiglia. L’amore deve essere completo e totale, e comprendere l’amore per se stessi, per il proprio lavoro, per il proprio ambiente.
Iniettando l’amore nelle attività quotidiane scomparirebbe la depressione.
La differenza tra una persona schiava della società e a rischio di depressione, una persona che ha la passione per quello fa, e un’altra che ha amore per se stesso e per la vita, è ben rappresentata da questo esempio: alla domanda “che lavoro fai?”, la prima risponderà “spacco pietre”, la seconda “faccio il mio lavoro”, la terza “partecipo alla costruzione di una cattedrale”.
Come abbiamo detto in un nostro precedente articolo, la nostra società priva però di amore ogni manifestazione della vita sociale, proprio al fine di creare una massa di depressi. E non caso esistono corsi di laurea e scuole di ogni tipo, di cucina, di cucito, di modellismo, di apicoltura, in psicologia equina, di management del golf, di origami; ma sono rarissimi i corsi fondamentali, come potrebbero essere dei corsi di felicità e di approccio sistematico alla vita (che solo da qualche anno hanno preso timidamente piede).
Scrive Osho, infatti, che la società in cui viviamo non può permettersi la felicità, perché in una società di persone felici non potrete mandare la gente in guerra, non la potrete costringere a lavori umilianti, non la potrete corrompere. Se la gente diventasse felice, la società cambierebbe, e gli equilibri del potere dovrebbero spostarsi.
Pensiamoci un attimo. I militari si rifiuterebbero di andare in guerra ad uccidere altre persone e rischiare loro stessi di essere uccisi; una persona felice come potrebbe essere convinta ad andare in terra straniera a rischiare la vita per un ideale inesistente? Per costringerla occorre prima toglierle le principali fonti di felicità e poi convincerla che può trovare una compensazione alla sua insoddisfazione andando in guerra.
Se la gente fosse felice non si suiciderebbe per i debiti; capirebbe che il debito altro non è che una cifra iscritta sul pc di un’amministrazione o di una banca, che non impedisce al debitore di amare, di gioire della presenza degli altri, di divertirsi; si suicida chi fa della sua attività economica il fine ultimo della sua esistenza, in mancanza di altri fini e di altre fonti di felicità.
Se la gente fosse felice non cadrebbe neanche in depressione per amore; un amore finito porta alla depressione chi ha, come unica fonte della sua felicità, il rapporto con l’altro, per aver dimenticato se stesso e il mondo attorno.
Per questo motivo, per avere una massa di persone pronte a fare qualsiasi cosa in cambio di soddisfazioni inesistenti, la nostra società si fonda sull’infelicità e sulla depressione, innescando un circuito vizioso, inutile e distruttivo, ben riassunto nella famosa frase: “lavoriamo per avere soldi, per poter avere altri soldi che non ci appartengano, con cui comprare cose che non ci servono, per impressionare persone che non ci interessano”.
E chi ci governa ha cura di togliere l’amore da quasi tutto quello che facciamo, in particolare dal lavoro e dalle attività professionali, ma poi anche da tutte le altre manifestazioni della vita quotidiana.
La nostra società deve quindi basarsi sull’infelicità per poter andare avanti così come è.

4. Come reagire alla depressione.

La depressione è quindi tutto quello che abbiamo descritto fin qui.
Una reazione sana ad una società malata.
Una reazione della mente per evitare danni maggiori.
Ed è la logica conseguenza della sottrazione dell’amore dall’arte, dalla cultura, dal mondo lavorativo, dalla religione, e da ogni aspetto della società in cui viviamo.
Per reagire alla depressione non bisognerebbe agire sui sintomi, con i farmaci, o stimolandosi semplicemente a fare delle attività per tenersi occupati.
Sono necessarie invece varie fasi:
- conoscere la società in cui viviamo, conoscere i suoi meccanismi e i suoi fini;
- conoscere noi stessi, il funzionamento della nostra anima, della mente, e del fisico;
- iniziare a praticare tecniche per entrare in armonia con noi stessi e con il mondo.
Il fare sarà una conseguenza naturale di tutti questi passaggi; la persona, comprendendo se stesso e il mondo, e collocando adeguatamente se stesso nel mondo, inizierà a fare le cose, e a farle con amore. Cioè inizierà a vivere.
Si ha un bel cercare ogni causa biologica o medica ai mali dell’uomo: la vera causa è altrove, ed è nella perdita di significato della propria esistenza. Ritrovando il significato della propria esistenza e di quella altrui, si può tornare ad essere felici, disinnescando tra l’altro alla base il sistema di potere su cui si fonda il sistema creato dagli “Illuminati”.

4 commenti:

  1. pietro villari16 maggio 2013 18:43

    Ciao Paolo, ho letto con interesse questo tuo scritto che, essendo come sempre caratterizzato da chiarezza e semplicita', propone al lettore una salutare pausa di riflessione.

    Una prima considerazione. Nei Paesi dove e' ben radicato il dogma della fede monoteista, il credo che uomo e la donna sono stati creati dal Dio "a sua immagine e somiglianza", la medicina allopatica e' ovviamente funzionale alla concezione religiosa dell'ordine delle cose nel mondo. Una tale crezione divina non puo' che essere perfetta, e se il corpo o la mente si ammalano non puo' che trattarsi di qualcosa di malefico, frutto peccaminoso di un maleficio altrui o del comportamento del malato (vedi ad esempio le prime reazioni delle comunita' religiose alla comparsa dell'AIDS, simili a quelle che secoli addietro caratterizzarono la comparsa della sifilide in Europa).

    Tuttavia, bisogna fare attenzione a generalizzare i tipi di malattie. Se ve ne sono molte che hanno certamente le cause che tu descrivi molto bene, e' anche vero che ve ne sono di origine ereditaria, geneticamente programmate: come considerarle, e soprattutto come curarle ?
    Anche ipotizzando che le malattie ereditarie hanno una origine psicosomatica nell'antenato del malato ereditario, cio' non spiega il perche', in individui depressi per cause identiche, si ammalano organi differenti.

    Certamente nell'ammalarsi entra in gioco una scelta inconscia del malato, ma sarebbe riduttivo escludere, ad esempio, altri fattori predominanti quali quelli ambientali nocivi, ove il corpo umano puo' trovarsi maggiormente esposto in alcune aree.

    In definitiva, qual'e' la differenza tra una fucilazione e un cancro ai polmoni lavorando in miniera o solo vivendo in certe aree dove le esalazioni di sostanze tossiche sono molto alte?
    In questi casi e' ovvio che la depressione non possa essere la causa, anche se certamenteincide gravemente contribuendo a peggiorare la malattia.

    Mi si potrebbe obiettare che solo una parte della popolazione esposta sostanze nocive si ammala, ma credere che questo dipenda esclusivamente da una maggiore propensione alla depressione non mi sembra affatto esaustivo.
    Forse la malattia e' frutto di un insieme di fattori, fisici e psichici del malato e dell'influenza dell'ambiente fisico e sociale
    nel quale siamo immersi.

    Ma anche questo non quadra. Difatti, la percezione che abbiamo del nostro corpo corrisponde solo nella nostra realta' dimensionale. I confini che vediamo tra noi e l'ambiente sono solo una percezione dei nostri limitatissimi sensi: in realta' siamo un tutt'uno con l'ambiente in cui ci muoviamo e ne facciamo fisicamente parte: energia.

    Di conseguenza, dobbiamo spingerci a dedurre che la malattia esiste e "funziona" solo nel limite dimensionale creato dai nostri sensi ? Ma se cosi' fosse, essendo noi solo pura energia il termine "malattia" non ha alcun senso (l'energia e' immortale, e per sua natura non puo' "ammalarsi").

    Non trovi che viviamo una sorta di realta' virtuale frutto della nostra percezione della realta', come imprigionati in una stanza buia, senza poter nemmeno immaginare chi siamo e di cosa siamo effettivamente parte ?
    Possiamo mai credere in un semplice "Io sono quindi esisto" ?

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  2. Che viviamo in una matrix lo trovo assolutamente certo. Il problema è uscirne, cosa che non sempre è facile, diciamo quasi mai.

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  3. pietro villari4 giugno 2013 20:59

    Forse la malattia non e' solo una risposta dell'organismo ad una sollecitazione esterna. Ma una modalita' enunciata dalle leggi della termodinamica (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma), che vedono nella continua trasformazione dell'Energia, entita' immortale, la fondamentale caratteristica dell'Universo.
    Effettivamente, non riesco a percepire una spiegazione diversa da quella della "esistenza" di una matrix (ma il suo schema non puo' essere fisso!).

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  4. Grazie per questa spuwgazione veritiera del male piu vecchio del mondo

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